Pensieri di ARS – 2


Discutere del Sacro può portare ad avere ragione…meglio avere torto da subito.

(M. Barracano)


“…al di là dei pensieri va la ragione, in quanto essa ancora cerca. Essa si muove intorno e cerca; spia di qui e di là, raccoglie e perde. Al di sopra di questa ragione che cerca, ce n’è un’altra che non cerca, che sta nel suo puro e semplice essere, avvolto da quella luce.”

(M. Eckhart, Sermoni tedeschi, cit. infra, Surrexit autem Saulus…, pag.201)


“Dio non costringe la volontà, piuttosto la pone nella libertà, in modo tale che essa non vuole altro che ciò che è Dio stesso, e che la libertà stessa é.”

(Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, Ego elegi vos de mundo, a c. di M. Vannini, Milano 1985, pag. 96)


“Dio crea l’Eternità, l’Eternità il mondo, il mondo il tempo, il tempo il divenire.”

(Corpus Hermeticum, Pimandro, XI, 2)

Dal divenire al tempo, dal tempo al mondo, dal mondo all’Eternità, dall’Eternità a Dio…


Chi parla di Dio con qualsiasi comparazione parla impropriamente di Lui. Ma chi parla di Lui tramite il Nulla, parla propriamente di Lui. Se l’anima giunge nell’Unità e là perviene ad un puro annientamento di se stessa, là essa trova Dio come in un nulla.”

(Meister Eckhart, Sermo Surrexit de terra…in Sermoni tedeschi, a c. di M. Vannini, Milano 2001, pag. 205.)


Se l’umiltà esiste non è vera.

(M. Barracano)


“Di tutti i significati di cui la catafatica veste la divinità, la apofatica non può non spogliarla. L’una dice è sapienza e la veste, l’altra dice non è sapienza e la spoglia. Una dice si può chiamare così, ma non dice è propriamente così; l’altra dice non è così, anche se puiò essere chiamata così.”

(Scoto Eriugena, Perìphyseon, Divisione della Natura, 461 c. a c. di Nicola Gorlani, Milano 2013, pag. 215.)


“Quando dici che lo vedi,

Questo vedere non è il (vero) vedere;

Il (vero) vedere è non-vedere,

Il vedere non vi potrebbe mai arrivare.”

(Cit. da D.T.Suzuki, Il risveglio dello Zen, a c. di P. Nicoli, Roma 1982, pag. 43.)


La Voce abita nell’Iperuranio,

Il mistero è farsi musica.

(M. Barracano)


La Quidditas è una inarrestabile tendenza al Centro.

(M. Barracano)


Se si crede che corpo, anima e spirito siano realtà diverse si è intrisi di morte.

(M. Barracano)


Non parola

Non silenzio

Non Via

Non Libertà

L’ateo di Dio

(M. Barracano)


Il Reale è talmente Altro da essere Questo.

(M. Barracano)


La stessa pelle

assumerà mille volti,

e il tuo e il mio.

La stessa pelle

tremerà, sudore e sangue,

e Il tuo e il mio.

La stessa pelle

darà forma all’anima,

e la tua e la mia.

La stessa pelle

giocherà con i colori dell’arcobaleno,

e il tuo e il mio.

(M. Barracano)


Il Bene anticipa il pensiero con l’Intelligenza.

(M. Barracano)


Esiste solo una cosa più divertente delle altrui idiozie: quelle proprie.

(M. Barracano)


Lasciare alla morte

Ritirarsi nell’ eco

anche uno specchio dimentica

(M. Barracano)


La Libertà è ciò che non-comprende.

(M. Barracano)


“La Vacuità – han detto i Vittoriosi – è l’eliminazione di tutte le opinioni. Coloro poi per cui anche la Vacuità è un’opinione, questi li han detti inguaribili.”

(Nâgârjuna, Le stanze del cammino di mezzo, XIII, X, a c. di R. Gnoli, Torino 1979, pag. 82)


Quando viene il giorno dell’Angoscia di Dio l’Amore pronuncia il tuo nome.

(M. Barracano)


L’Uomo è la prova del misterioso Amore di Dio.

(M. Barracano)


Poesia è lasciare la Parola al Silenzio.

(M. Barracano)


Il mistero di Mâyâ: Illusione eppure madre del Buddha…

(M. Barracano)


“Quando il folle d’amore s’appassiona al punto tale

che a forza d’invocare l’Invocato dimentica,

Nella passione contempla e veralmente vede

che la preghiera dei saggi è miscredenza.”

(Al-Hallâj, Diwan, 32, it. a c. A. Ventura, Genova 1987, pag. 34.)


L’attenzione è il modo dell’essere non un modo del fare.

(M. Barracano)


“Per Dharma si intende la Mente, perché non c’é Dharma separato dalla Mente…non c’é Mente separata dal Dharma. La Mente in se stessa è non-mente ma neanche la non-mente esiste. Se la mente cerca la non-mente, ne fa un oggetto del pensiero. Può esservi solo la testimonianza del silenzio perché essa va al di là del pensiero. Per questo si dice che [il Dharma] taglia la strada alle parole e mette fine a tutte le attività della mente.”

(D. T. Suzuki, Manuale di Buddhismo zen, a c. di F. Pregadio, Roma 1976, pag.87.)


“La custodia dei tesori nascosti dello Spirito è riposo dalle cose umane, che propriamente si dice esichia. Questa, accendendo con più forza, per la purezza del cuore e il piacere della compunzione, l’eros della carità di Dio, scioglie l’anima dai legami dei sensi e la persuade ad abbracciare la libertà dai suoi modi abituali. E, convertite le sue potenze, le richiama allo stato secondo natura e dona loro la reintegrazione antica…”

(Niceta Stethatos, Cento capitoli gnostici, 24, in La Filocalia, a c. di N. Aghiorita e M. di Corinto, it. a c. di M. B. Artioli e M. Francesca Lovato, Torino 1985, vol. III, pag. 465.)


“La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, che tu la guardi non chiede.”

(Angelo Silesio, Il pellegrino cherubico, I, 289, a c. di G. Fozzer e M. Vannini, Cinisello Balsamo 1989, pag. 156)


La solitudine della personalità es-clude, la solitudine dello Spirito in-clude.

(M. Barracano)


“Il fine del tutto è l’unita perfezione di tutto l’universo, disegnata dal divino architettore, e il fine di ciascuna delle parti non è solamente la perfezione di quella parte in sé, ma che con quella deserva rettamente a la perfezione del tutto, che è il fine universale, primo intento de la divinità.”

(Leone ebreo, Dialoghi d’Amore, a c. di D. Giovannozzi, Roma-Bari 2008, pag. 157)


Esiste solo una cosa più divertente delle altrui idiozie: quelle proprie.

(M. Barracano)


Il paradosso della “vita normale”

Sono la più vera espressione della nostra vita eppure un forte paradosso: Doctor Jekill e Mister Hyde raccolgono in una mirabile metafora, che Robert Louis Stevenson trattò nel 1886, due caratteristiche per nulla infondate anche nell’“ordinario”. Di “scissione della personalità” si volle subito parlare vedendo, attraverso i due personaggi, l’immagine di una patologia…ma, si sa, spesso gli strumenti con cui si conduce un’analisi possono deformare radicalmente la realtà che stanno investigando portando a conclusioni aberranti. Accade così che la psico-logia si erga a scienza onniesplicativa, teriaca cui affidare ogni “male”. Poi, nell’orgia della più spaventosa superficialità, si applica questa scienza a tutto quanto possa accadere di “non-fisico” all’uomo, convinti innanzitutto che tutta la “realtà” sia riconducibile alla psiche e ai suoi satelliti investigativi e, subdola conseguenza, che il “reale” sia solo quanto si supponga razionale.

Inoltre, tutto, ogni conoscenza o percezione, debbono giocoforza essere “sotto”: “profondi”, “occulti”, “nascosti”, “subconsci”, “fondamentali”, “basilari” , fino all’accezione sballata di “misterioso” o, peggio ancora, di “mitico” che vengono usate come odierne sbrigative etichette. Insomma, quello che pare davvero essere urgente in questa fiera delle banalità, è scongiurare, esorcizzare, la potenza di un Sacro che, se intuito davvero, porterebbe seriamente a scardinare il plumbeo e sordido velo che nasconde il sole della poesia o della consapevolezza (che è lo stesso). Forse porterebbe ad un Dio che c’è talmente “tutto” da non esserci, che è talmente “in ogni luogo” da essere dovunque, come riflettevano molti filosofi e mistici antichi, da pseudo Dionigi l’Areopagita fino ad al-Hallaj o a Nagarjuna. Un Dio “Totalmente Questo” da essere “Totalmente Altro”, secondo l’espressione usata da Rudolph Otto che, già dal 1917, ebbe a parlare di Ganz Andere, appunto di Tutt’altro riferendosi al Sacro .

Sempre restando nel medesimo ambito lessicale della psico-logia, pare si dimentichi che, nella vera filosofia, assieme a psiche e soma (corpo), esisteva il nous (intelligenza sovrapersonale); assieme all’anima esiste sì il corpo ma anche lo spirito, in altra lettura di marca più spiccatamente metafisica e perciò completa. C’è stato un periodo della storia relativamente recente in cui non si è voluto (o non si è potuto) ammettere che qualcosa travalicasse l’“ordinario” partendo proprio da un supposto “ordinario”, e parimenti non fosse da inquadrare in una dimensione diversa da quella che si era deciso arbitrariamente di definire “normale” (storicizzabile). Molte Chiese, in questo appiattimento, fecero diligentemente la propria parte, come quella Cattolica sin da prima del tredicesimo secolo, trovando, così, tutti i facili estremi per la giustificazione della loro stessa esistenza.

Proprio sulla Norma pare necessario fare una prima pausa: “norma” non è “legge” (naturale e necessitante) come morale non è buon gusto o buon senso. Inoltre: una valutazione di ambito statistico ha valore per i fatti leggibili quantitativamente che ricadano nelle sue maglie decidendo, così, della “realtà” del tutto. Eppure si è deciso che tutto il “reale” è quantitativo e nulla può irrompere nella “quantità” stravolgendone le leggi. Qui avrebbero potuto anche entrare in gioco la matematica e la fisica, scienze anticamente molto più ricche, complesse e “spirituali” di quanto non si possa credere.

La teleologia, il fine delle cose, dice del valore, della vera causa e della posizione gerarchica di ogni singolo ordinamento, dalla Norma giù giù fino alla legge dei muscoli.

Naturalmente le tre dimensioni che l’antichità tutta ci ripete non hanno certo paura di un periodo d’ubriacatura: kronos, kairos e aion indicano tre tipi (qualità) di tempo di cui, come sembra, uno solo ci è abituale, tanto consueto da essere stato infine considerato l’unico vero. L’unico capace di cadenzare il nostro vivere “reale”, “ordinario”. Perciò tutto ciò che accada nella sua dimensione è reale e quanto, per avventura, ne cada al di fuori è sbrigativamente bollato come irreale. Esorcizzato.

In relazione ad ogni singolo tipo di tempo, è appena il caso di dirlo, esiste uno specifico tipo di spazio, in un continuum spazio-temporale, qui si possono ricordare tanto Ilya Prigogine che Nicolas Geoegescu-Roegen e Ananda Kentish Coomaraswamy . Spazio e tempo sono strettamente collegati, tanto da costituire due aspetti di una unica realtà. Un dato tipo di uomo si colloca in uno spazio consono e vede la sua vita cadenzata da una qualità di tempo appropriata. La personalità è tempo, e la personalità con-tempo-ranea afferma un tempo contratto (che è proprio l’esatta definizione della natura di kronos, limite), sitibondo, fremente e staccato da ogni tipo ulteriore e “insidioso” di tempo (leggi: kairos, il presente assoluto). Dato che la “realtà” si invera in questo tempo, questo tempo è considerato necessariamente come l’unico possibile, l’unico reale.

La Psiche, in tutto questo andirivieni orizzontale della storia, è stata considerata la “causa” sottile di tutto e, con una iattanza impressionante, si è pensato che quanto non cadesse nelle categorie psichiche fosse addirittura una devianza, una “malattia”, curata la quale l’uomo avrebbe potuto ritrovare il suo arcaico equilibrio, la sua “natura”.

Chiaro che, per quanto “curata” o “normalizzata”, la psiche non diventerà mai spirito ma suo simulacro e prima causa della superstizione.

Eppure questo curioso ma tutt’altro che immotivato equivoco ha avuto una presa fondamentale su di una intiera civiltà. Anima e spirito dovrebbero essere realtà diverse, e così storia e metastoria, ma anche molte chiese catalogarono questa conoscenza tra le stramberie “non ordinarie”, originando l’antropologia che ci ha portati al collasso odierno. Potenziando l’io, “risanandolo” secondo il manualetto al momento più in voga, si avrà pur sempre l’io psicologico, quella Eigenschaft che venne usata nel Medioevo come emblematica della “caratteristica propria”, dell’attributo attraverso cui si verifica il se stessi. Non diversamente da Samudaya (lett. Origine), che in Sanscrito indica il senso di sé, particolarmente in ambito buddhista.

Qui adesso può essere messo perfettamente a nudo quello che non è certamente un equivoco ma, viceversa, un artefatto marchiato dalla malizia.

Nel Buddhismo quattro nobili verità fondano l’intero edificio della dottrina : la sofferenza esistenziale (duhkha) s’origina dalla sete d’esistenza (trsna) e dal senso di sé (egoismo) Samudaya . Diventa quindi necessaria Nirodha che è la cessazione, rimedio ad ogni sofferenza in quanto esaustione della sete che l’origina. Quarta nobile verità, che conclude il cerchio, è Marga, la Via, il Sentiero, la materiale, e spirituale assieme, realizzazione dell’iter palingenetico.

Il senso di sé coincide perfettamente con l’illusione della vita “ordinaria”, della “normalità” spacciata come verità ineludibile e fondamentale. Vera. “Se io sono questo è perché la realtà è questa” potrebbe essere l’assioma che regge le fila della coscienza “di tutti i giorni”. Ma proprio dietro a questa convinzione si è intessuta una complessa rete di “verità” e di “sapienze” tutta da riconsiderare perché non è tanto falsa quanto parziale; diventa falsa solo quando si erga a spiegazione di tutto occupando regioni che non le competono.

Cogito ergo sum è il piede di porco che svelle ogni benché minimo sospetto che l’uomo possa essere altro da quello che si è creduto nei tempi ultimi; peccato che l’essere umano sia se stesso non tanto perché pensa in generale ma in funzione di che cosa pensa in particolare e, con una semplice riproposizione della nota corbelleria, si può avere il “sum ergo cogito”. L’essere umano è anteriormente al pensare e non regge che pensi prima di essere, cioè che tragga il suo essere dal pensiero. A parte le varie profissiones fidei, pare evidente che la vita sia anteriore al pensiero e che non sia affatto un dato certo che l’uomo esista solo come soggetto pensante. Sul pensiero, tra l’altro, viene subito in mente una serie di mirabili aforismi (sûtra) buddhisti, fondamentali per capire l’altro aspetto di questa medaglia che parrebbe illogicamente averne uno solo.

Dal punto di vista schiettamente filosofico e, poi, anche religioso, l’Uomo archetipo non è pensante ma è innanzitutto pensato (in Mente Dei), frutto poi del Logos che si fa corpo. Precedente ontologicamente al tempo, l’Uomo è antecedente anche al pensiero, tanto da far considerare, da molte filosofie autentiche , il superamento del pensiero come una “Liberazione”.

Il pensiero è una forza che esiste se è discorsiva, dalla dialettica ricavandosi facilmente il suo profondo e unico motivo d’essere. La dinamica pensante-pensiero-pensato è l’anima del pensiero che, senza oggetto, non può nemmanco esistere. Peccato che il pensiero, per esistere, abbia bisogno di una percezione (anteriore) che gli fornisce gli elementi fondamentali. A questo punto la conoscenza viene prima del pensiero: si pensa perché si conosce e non il contrario. Senza conoscere nulla non si può pensare nulla. Allora già varrebbe di più una “percepisco dunque penso”.

E, di più, sarebbe curioso vedere come possa fare a pe(n)sare qualcosa chi già non lo avesse sottomano e non ne possedesse metro di misura (misura dal lat. mensura, mens…).

Questa affermazione, del pensiero come elaborazione di forze a lui anteriori, si ritrova, con altri termini, in svariati altri ambiti oltre che in quello cristiano, vediamoli: “Custodisca l’uomo accorto il pensiero, difficile da percepire, guizzante, che ci getta su ciò che gli piace: il pensiero ben guardato porta felicità” , “Coloro che controllano il pensiero, che viaggia lontano, che cammina solo, incorporeo, che alloggia nella caverna [del cuore], costoro si liberano dai vincoli di Mâra.” , “Avendo riconosciuto questo corpo come simile ad una giara, avendo consolidato il pensiero come una fortezza, si assalga Mâra con l’arma della conoscenza, vintolo lo si custodisca, e non si abbia mai luogo di riposo” . Si arriva così serenamente a scoprire il paradosso insito nella convinzione cartesiana ed al motivo per cui, sopra, s’era alluso al pericolo autentico connaturato a quel convincimento perchè “cogito ergo non sum” si sviluppa in “non sum ergo cogito”. E per accedere all’Essere bisogna proprio non cogitare ma conoscere, amare in senso assoluto e privo di condizione, questa è esattamente la pratica mistica che si trova dappertutto, e che merita seriamente tutta l’attenzione.

Una ulteriore attenzione merita la spiritualità, proprio quella che si offre come la più autentica, meditativa, trascendente. In questa sede inabita il peggior virus esistente in assoluto, sottilmente sostanziato dalla parodia. Anche se si facesse tabula rasa dei convincimenti che distorcono la serenità dell’animo umano agitandolo costantemente col “buon senso”, rimarrebbe in piedi il principale ostacolo ad una nuova e completa antropologia. Questo ostacolo è quella convinzione tanto discussa e fonte di rilevanti battaglie in tutti i sensi , che è la cosiddetta “spiritualità”. In realtà tra il più accanito degli atei ed il più celestiale degli spirituali la differenza che corre è, contemporaneamente, la minore e la maggiore esistente. Questa differenza fa il paio con quell’altra, tra materialisti e spiritualisti, e ambedue (come si direbbe alla roulette) fanno soltanto vincere il banco.

Per ciò che avalla la maggior distanza gli elementi paiono vistosi: modi di pensare, di vivere, di percepirsi, radicalmente diversi. Ma è proprio nella seconda distanza, quella minore, che corrono le considerazioni più inquietanti. Qui torna utile fermarci per ricordare alcune fondamentali considerazioni del Fedone platonico, dove Socrate soggiunge, rispondendo a Simmia: “…purificazione non è dunque…adoperarsi in ogni modo di tenere separata l’anima dal corpo, e abituarla a racchiudersi in se medesima fuori da ogni elemento corporeo, e a restarsene, per quanto è possibile, anche nella vita presente, come nella futura, tutta solitaria in se stessa, intesa a questa sua liberazione dal corpo come da catene? …E dunque non è questo che si chiama morte, scioglimento e separazione dell’anima dal corpo… di sciogliere, come diciamo, l’anima dal corpo si danno pensiero sempre, sopra tutti gli altri e anzi essi soli, coloro che filosofano direttamente; e questo appunto è lo studio e l’esercizio proprio dei filosofi, sciogliere e separare l’anima dal corpo…coloro i quali filosofano direttamente si esercitano a morire”.

Dopo questo pugno di considerazioni pare difficile riuscir ancora a sostenere ogni soluzione edulcorata e si vede crudamente l’insidia di certo “spiritualismo”. Anche in questo caso si verifica un soddisfacimento di sé; il compimento del rapporto tra se stessi e gli elementi esteriori genera un senso di sé-spirituale che è sempre e comunque una catena, dorata, ma catena.

Angelo Silesio, in una delle sue icastiche massime, ebbe a dire: “Dov’è la mia dimora? Dove non siam né io né tu.

Dove il mio fine ultimo, cui devo giungere?

Dove nessun fine si trova. Ove dunque mi volgerò?

Ancora oltre Dio, a un deserto, devo tendere” .

E sempre Johannes Scheffler, Angelo della Slesia, scriveva, poco sotto:“Lasciar potesse il diavolo il legame al suo io,

Subito lo vedresti sul trono di Dio”

(M. Barracano)

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