Rassegna cinematografica 2017

Il solco e il sentiero

(anno sesto)

“La trama nascosta è più forte di quella manifesta” (Eraclito)

I film proposti: 

Socrate

Il sale della terra

Departures

La corazzata Potëmkin

Finding happiness

…………………………………..

presso il Liceo Classico Statale “Vittorio Alfieri” di Torino

ore 20.30 precise – ingresso libero

Torino, gennaio – maggio 2017

————————————————————————————————-

Martedì 17 gennaio 2017

Socrate 

film di Roberto Rossellini. Con Jean Sylvère, Anne Caprile, Ricardo Palacios, Beppe Mannaiuolo. Biografico, durata 114 min. – Italia 1970

Vissuto fra il 469 e il 399 a.C., il filosofo ateniese (del cui pensiero non esistono testimonianze scritte) approfondì in particolar modo la dimensione etica e didattica, passando attraverso una vicenda umana – culminata col processo per “corruzione della gioventù” e l’episodio della cicuta – che il film descrive con lucidità ed efficacia.

Il film narra le vicende, personali e storiche, degli ultimi tempi della vita di Socrate, il famoso filosofo ateniese. Lo sfondo della narrazione coincide con quello che viene considerato il periodo del decadimento della Polis greca e della democrazia di Atene: la scena iniziale mostra l’abbattimento delle mura della città da parte degli Spartani, ormai vincitori della Guerra del Peloponneso, con la successiva istituzione del Governo dei Trenta tiranni (404 a.C.).

Nel contesto, dunque, di una città in subbuglio per la sconfitta e l’umiliazione subìte e in fermento per l’organizzazione delle contromosse militari per la liberazione (che porteranno alla caduta dei Trenta l’anno successivo all’instaurazione del Regime), viene presentata la figura di Socrate, ormai settantenne e impegnato ogni giorno nella sua ricerca filosofica con un nutrito seguito di giovani interessati alla sua persona. Nel corso del film vengono presentati molti stralci di alcuni dei famosi Dialoghi di Platone, che costituiscono probabilmente la fonte di informazioni e documenti più corposa e attendibile per la ricostruzione della figura di Socrate (che, come è noto, non ha mai scritto alcuna opera di suo pugno, coerentemente alla sua critica ai testi scritti come mezzo di diffusione della conoscenza): tra tali dialoghi vi sono sicuramente Ippia maggiore, Eutifrone, Repubblica, Critone, Apologia di Socrate, Fedone e altri; vi sono anche alcune citazioni esplicite, da parte di un detrattore di Socrate, de Le nuvole, la commedia di Aristofane in cui il filosofo viene descritto come un cialtrone, esperto di sofismi e di retorica, in grado di rendere sempre giusta la causa ingiusta. Tutti i riferimenti alle opere presenti nel film contribuiscono a dipingere la figura di Socrate in maniera abbastanza fedele a quella della tradizione e a delinearne, almeno a grandi linee, il pensiero e la filosofia: la consapevolezza della propria ignoranza come presupposto necessario per la ricerca della verità, il metodo socratico che si avvale del dialogo come mezzo per l’indagine filosofica, l’ironia e la maieutica come momenti del dialogo stesso, l’importanza della virtù nel raggiungimento della felicità, il disprezzo per il denaro, il potere e altri valori terreni, la contrapposizione ai Sofisti e al loro abuso della retorica come strumento per ostentare una falsa sapienza, la già citata critica della validità degli scritti e altri aspetti non meno importanti.

Posta in secondo piano (ma non meno interessante) è la ricostruzione della sua situazione familiare ed economica: il filosofo vive in povertà con i suoi tre figli e sua moglie, Santippe, una donna bisbetica e dagli atteggiamenti isterici, continuamente critica nei confronti del marito che non provvede al mantenimento della famiglia e della casa, intento solo alla sua indagine filosofica da lei considerata un’inutile perdita di tempo in chiacchiere e “belle parole”, con dei “cialtroncelli” al seguito.

Gli eventi storici e politici summenzionati, tuttavia, determinano il decadimento della democrazia di Atene anche dopo la cacciata dei Trenta Tiranni: è ormai chiaro che gli Ateniesi, sconvolti dagli eventi, sono sempre meno democratici, mentalmente aperti e tolleranti con chi si mostra critico nei confronti della cultura ufficiale e dei valori tradizionali. A pagare il prezzo più alto per questo clima di tensione e di insicurezza è lo stesso Socrate, che viene ingiustamente accusato prima e condannato dopo per avere, secondo gli accusatori, corrotto la gioventù con i suoi “insegnamenti” e disprezzato gli dèi e la religione tradizionale di Atene. La difesa di Socrate, presentata nel film in maniera fedele alla “Apologia” scritta da Platone, è chiara, lineare e pacata, ma non basta ad evitargli la pena capitale: egli stesso rifiuta qualsiasi altro tipo di condanna (come il carcere, l’esilio o il pagamento di un’ammenda), proponendo provocatoriamente, come giusta “pena”, di essere ospitato al Pritaneo come cittadino benemerito, e accettando il verdetto dei suoi giudici. Rifiuta anche la possibilità, offertagli dagli amici, di fuggire dal carcere prima dell’esecuzione della condanna, fedele alle sue convinzioni filosofiche i cui cardini sono la giustizia e il rispetto incondizionato delle leggi.

Il film si conclude dunque con il suicidio imposto del filosofo che è costretto a bere un veleno ricavato dalla cicuta e che, fino all’ultimo respiro, non smette di ragionare e di dialogare, con gli amici presenti, sulla vita, la morte e l’immortalità dell’anima.

—————————————————————————————————————-

Martedì 21 febbraio 2017

Il sale della terra

Film-documentario di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado. Titolo originale The Salt of the Earth. Durata 100 min. Brasile, Italia, Francia

Magnificamente ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, Il sale della terra è un’esperienza estetica esemplare e potente, un’opera sullo splendore del mondo e sull’irragionevolezza umana che rischia di spegnerlo. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro malickiano, intimo e cosmico insieme, è un oggetto fuori formato, una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio

Quella di Salgado è un’epopea fotografica degna del Fitzcarraldo herzoghiano, pronto a muovere le montagne col suo sogno ‘lirico’. Viaggiatore irriducibile, Sebastião Salgado ha esplorato ventisei paesi e concentrato il mondo in immagini bianche e nere di una semplicità sublime e una sobrietà brutale. Interrogato dallo sguardo fuori campo di Wenders e accompagnato sul campo dal figlio, l’artista si racconta attraverso i reportages che hanno omaggiato la bellezza del pianeta e gli orrori che hanno oltraggiato quella dell’uomo. Fotografo umanista della miseria e della tribolazione umana, Salgado ha raccontato l’avidità di milioni di ricercatori d’oro brasiliani sprofondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo, ha denunciato i genocidi africani, ha immortalato i pozzi di petrolio incendiati in Medio Oriente, ha testimoniato i mestieri e il mondo industriale dismesso, ha perso la fede per gli uomini davanti ai cadaveri accatastati in Rwanda e ‘ricomposti’ nella perfezione formale e compositiva del suo lavoro. Un lavoro scritto con la luce e da ammirare in silenzio.

Nato nel 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, da cui parte ancora adolescente, spetta al figlio Juliano documentarne la persona attraverso foto e home movies, ricordi e compendi affettivi di incontri col padre, sempre altrove a dare vita (e luce) al suo sogno. Un sogno che per potersi incarnare deve confrontarsi appieno col reale. A Wenders concerne invece la riproduzione dei suoi scatti, che ritrovano energia e fiducia nella natura, le sue foreste vergini, le terre fredde, le altezze perenni. Il regista tedesco, straordinario ‘ritrattista’ di chi ammira (Tokyo-Ga, Buena Vista Social Club, Pina Bausch), converte in cinema le immagini fisse, scorre le visioni e la visione di un uomo dentro un mondo instabile. In una scala di grigi e afflizioni, nei chiaroscuri che impressionano il boccone crudo dell’esistere (l’esodo, la sofferenza e il calvario dei paesi sconvolti dalle guerre e dalle nuove schiavitù), Salgado racconta le storie della parte più nascosta del mondo e della società. Spogliate dalla distrazione del colore, le sue fotografie attestano la conoscenza precisa dei luoghi e la relazione di prossimità che l’artista intrattiene con gli altri, sono un mezzo, prima che un oggetto d’arte, per informare, provocare, emozionare. Foto che arrivano dentro alle cose perché nascono dall’osservazione, dalla testimonianza umana, da un fenomeno naturale.

Esperiti esteticamente l’oggetto artistico e l’intentio artistica di Salgado, Wenders rappresenta col suo cinema la ‘forma’ dell’idea di cui gli scatti sono portatori. Scatti radicali e icastici che penetrano le foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea, attraversano i ghiacciai dell’Antartide e i deserti dell’Africa, scalano le montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Un viaggio epico quello di Salgado che testimonia l’uomo e la natura, che non smette di percorrere il mondo e ci permette di approcciare fotograficamente le questioni del territorio, la maniera dell’uomo di creare o distruggere, le storie di sopraffazione scritte dall’economia, l’effetto delle nostre azioni sulla natura, intesa sempre come bene comune. Perché dopotutto la domanda che pone la fotografia di Salgado è sempre ‘dove’? In quale luogo? E determinare il luogo è comprendere il senso della narrazione dell’altro.

————————————————————————————————————

Martedì 21 marzo

Departures

Film di Yojiro Takita. Con Masahiro Motoki, Ryoko Hirosue, Tsutomu Yamazaki, Kazuko Yoshiyuki, Takashi Sasano. Drammatico, 130 min. – Giappone 2008.

Dopo lo scioglimento dell’orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) rimane senza lavoro e decide di ritornare al paese d’origine. Assieme alla moglie Mika (Hirosue Ryoko), docile e mansueta come poche, si trasferisce nella sua vecchia casa in campagna alle porte di Yamagata. Qui comincia a cercare lavoro e si imbatte in un annuncio interessante, raggiunge l’agenzia e scopre che i viaggi dell’inserzione non sono vacanze alle Maldive ma dipartite nel mondo dell’aldilà. Titubante all’inizio, si lascia convincere dagli insegnamenti del capo, il becchino Sasaki (Yamazaki Tsutomu), e ritrova il sorriso perso da tempo. Quando la moglie scopre l’identità del suo nuovo mestiere, scappa di casa e lo abbandona solo in paese, dove in molti cominciano a snobbarlo. Ma il destino sta nuovamente per sorprenderlo, costringendolo a fare i conti con il passato, la morte della madre e l’allontanamento precoce del padre, fuggito chissà dove e mai più rivisto.

Il rito della deposizione – la cura del nokanshi – è una tradizione giapponese, un modo prezioso per dare l’estremo saluto alla persona deceduta: la pulizia del corpo, il trucco sul viso e la vestizione sono le ultime simboliche carezze fatte alla persona cara, prima di lasciarla andar via per sempre. Quando Daigo legge l’annuncio sul giornale, viene sedotto dalla parola ‘partenze’ e crede di candidarsi per un lavoro in un’agenzia di viaggi. In quel gioco equivoco di significati metaforici è racchiuso il segreto del film: la morte è un commiato, più che un semplice passaggio in un mondo altro e sconosciuto. In questo senso, il rito di nokanshi rappresenta la necessità di prepararsi alla dipartita, creando una liturgia laica, utile soprattutto a chi rimane, per impossessarsi dell’ultima delicata riconciliazione con il defunto. I vecchi rancori vengono messi da parte e la voglia di pace trova il giusto spazio e il modo per esprimersi. Il laconico capo Sasaki, interpretato con grande intensità dal raffinato attore Yamazaki Tsutomu, già alle prese con la celebrazione delle esequie in The Funeral di Juzo Itami, scardina la qualificazione macabra e tetra che solitamente accompagna il mestiere di becchino per sostituirla con una cerimonia rispettosa che, in composto e discreto silenzio, dice molto più di lunghe prediche sacerdotali.

Il rapporto con un padre assente, l’amore incondizionato per la figura materna e la difesa del valore poetico della vita sono i temi che ritmano il raggiungimento della maturità di Daigo. Il protagonista conosce così i suoi limiti, accetta di non essere un musicista talentuoso, abbandona le vecchie abitudini e scopre un’incredibile vocazione per l’arte della sepoltura. La sua rinascita spirituale supera le convenzioni sociali, e lo mette di fronte alla drammaticità della morte, in un equilibrio di tragedia compassionevole e umorismo grottesco. L’espressività del volto di Daigo, arrabbiato, sereno, disgustato e perplesso, racconta allo spettatore le fasi di accettazione della fine, intesa come corrispondenza di arrivo e partenza.

Malgrado poi la sceneggiatura scelga di sottolineare i passaggi con simbolismi semplici, un po’ troppo esplicativi e chiarificatori, come la pietra regalata dal genitore che ritorna puntualmente ad ogni risoluzione di conflitti (tra padre e figlio, tra moglie e marito), il film ci accompagna per mano in un viaggio fatto di dignità e rispetto. Senza virtuosismi di macchina o eccessi estetizzanti, ci lascia, alla fine, con una conquista in più, raccontandoci emozioni e sentimenti a misura d’uomo.

————————————————————————————————————

Martedì 4 aprile 2017

La corazzata Potëmkin

Film di di Sergej M. Ejzenstejn. Con Alexander AntonovVladimir BarskiGrigorij AlexsandrovMichail Gomarov,  Ivan Bobrov.  Titolo originale Bronenose Potëmkin. Drammatico. durata 50 min. Russia 1925

 

A bordo della corazzata Potemkin vi è un grave malessere. I marinai mal sopportano i soprusi del comandante. La situazione degenera quando il marinaio Vakulincuk dà l’esempio ai suoi compagni rifiutandosi di mangiare la carne avariata. Scatta la repressione. Viene ordinata la fucilazione di una parte dell’equipaggio, ma i soldati si rifiutano di sparare. La rivolta si propaga quando Vakulincuk viene ucciso da un ufficiale. Tutta Odessa scende in piazza, l’esercito spara su tutti, donne, vecchi e bambini. Si viene a sapere che una flotta sta puntando su Odessa. Il Potemkin esce in mare per la battaglia. Ma, ancora una volta, dalla flotta non parte nemmeno una cannonata contro i “compagni”. Questo titolo è stato considerato per lungo tempo il più importante dell’intera storia del cinema, nel quadro del suo tempo, assume un valore enorme e su molti piani. Il film venne sponsorizzato nientemeno che dallo Stato sovietico per celebrare ancora una volta la rivoluzione. Una “chiave” importante era il plot, una filosofia rivoluzionaria attribuiva a qualsiasi intreccio, alla fiction in sostanza, una funzione inutile e deteriore. Quindi bisognava attenersi alla ricostruzione esatta dei fatti. La seconda chiave è quella prettamente cinematografica: citiamo, per esempio, il famoso montaggio alla Eisenstein, che consisteva nel mostrare situazioni opposte che si articolavano fino alla loro soluzione (la folla che fugge, i cosacchi che attaccano, sequenze brevissime, fino alla folla decimata, eccetera). Film leggendario, quindi, e oggetto di preciso culto da parte della critica “schierata”. Ma non solo. Billy Wilder dichiarava che il Potemkin era uno dei titoli più importanti della sua giovinezza: “Uscito dal cinema ero un rivoluzionario…”. Nel tempo il film ha perduto molti colpi, nelle classifiche è scivolato di parecchie posizioni. Rimane un grande esercizio e manifesto, ma è caduto… il comunismo. Soprattutto rimane l’equivoco generale che vuole attribuire al cinema la funzione di fare le rivoluzioni o di sedarle. Il cinema non ha il corpo per un simile esercizio. Il suo suggerimento, per quanto efficace, geniale e illuminato, è costretto a bruciare velocemente, e la sua grandezza sta in questo stesso limite, in questa sdrammatizzazione. Inoltre il cinema è storia-plot-fiction in assoluto, con la giusta misura fra l’invenzione e il reale. E la misura è esatta, per il cinema, come per la scrittura o per la musica. Ogni “grande” invenzione, o ricerca o impennata, può valere strumentalmente nel suo tempo, a grande scapito di vedibilità postuma. La forza iperrepressionista del Potemkin è diventata, proporzionalmente, il suo limite. La memoria del cinema, paradossale, ricorda le pellicole contemporanee di Laurel e Hardy, per nulla serie, ma costruite con la misura del cinema. “Adesso” fanno ancora ridere, mentre “adesso” nessuno è più rivoluzionario. Nemmeno Billy Wilder.

—————————————————————————————————————

Martedì 16 maggio 2017

Finding Happiness

Film-documentario di Ted Nicolaou, con Elisaberth Rohm, Romina Caruana e Jyotish Novak. Durata 90 min. USA 2014

Juliet Palmer, giornalista d’assalto, riceve l’ingrato incarico di scrivere un articolo su una comunità spirituale che vive all’Ananda World Brotherhood Village, nel Nord California. Dapprincipio scettica e prevenuta, finirà col cambiare radicalmente idea sulla sua stessa concezione di vita dopo avere incontrato il fondatore, Swami Kriyananda, e le persone che, seguendo i suoi insegnamenti, da quasi quarant’anni hanno scelto un cammino diverso dal resto del mondo.

Un avvio in presa diretta sulla grande crisi economica e un prologo di fiction servono ad introdurre il viaggio nella storia della comunità fondata da Swami Kriyananda (1926-2013), È indubbio che di questi tempi inquieti, violenti, dolorosi e selvaggiamente materialisti, in cui il denaro ha obliterato i rapporti interpersonali, ci sia più che mai bisogno di ritrovare le proprie radici più umane e meno contaminate per avere una chance di felicità. Solo negli ultimi tre mesi ci è capitato di assistere a un incontro sulla meditazione trascendentale con David Lynch, che propaganda da anni questa tecnica di miglioramento del sé e a una conferenza di Alejandro Jodorowsky che ha parlato della via dei Tarocchi (un metodo più alla portata di tutti). A conclusione di questo ciclo casuale, arriva adesso nelle sale Finding Happiness, un singolare docufilm di propaganda sull’esperienza dei Centri Ananda nel mondo.

Noi pensiamo che non esistano formule della felicità valide per tutti, che ognuno possa e debba cercare come crede il modo di stare meglio e di soddisfare le proprie esigenze spirituali, ma che nessuno possa proporre la sua via come l’unica compatibile con questi bisogni. Per questo, se la nostra curiosità intellettuale apprezza la divulgazione di questi metodi di raggiungimento della felicità, non è altrettanto ben disposta nei confronti del proselitismo.

Finding Happiness, diretto inaspettatamente da un regista di b-movie e horror come Ted Nicolau, è una strana operazione, mirata a far conoscere l’esperienza cinquantennale dei centri Ananda. A nostro avviso avrebbe maggiormente giovato al messaggio la struttura di un documentario puro, che ricostruisse la vita e le esperienze culturali dei fondatori del movimento e dei suoi aderenti. Ma farlo avrebbe esposto al rischio di una visione critica, incompatibile con l’intento del film.

I produttori scelgono dunque di inventarsi una cornice poco credibile e molto pretestuosa in cui l’attrice Elizabeth Rohm, con la sua solare e procace bellezza, interpreta una giornalista che si occupa di politica e corruzione a New York e viene inviata contro la sua volontà a fare un reportage su questa comunità in un luogo a dir poco idilliaco. Intenzionalmente (pensiamo), sono state lasciate in originale sono le parti in cui a parlare con la sua voce suadente è il guru del movimento, allievo dello yogi Paramahansa Yogananda, il carismatico Swami Kriyananda (al secolo James Donald Walters, morto l’anno scorso nel centro Ananda di Assisi), e il contrasto che si crea tra questo e un doppiaggio molto convenzionale produce nello spettatore un effetto di ancora maggiore straniamento.

Attraverso la figura della “giornalista” ascoltiamo le esperienze di molti residenti dentro alcune delle moltissime comunità autosufficienti sparse per il mondo, ci tuffiamo nella bellezza di una natura incontaminata e vediamo quasi solo gente bella e sempre sorridente. Alla fine ne esce un’agiografia depurata dai contrasti e dalle controversie che hanno accompagnato anche questo movimento sincretista, che accetta tutti i profeti delle maggiori religioni, così come altre longeve comunità spirituali.

Peccato che gli autori non abbiano capito che non basta aprire le porte di questi bellissimi centri e mostrare la felicità altrui per convincere il mondo della validità della propria formula. O forse siamo noi a essere ormai irrecuperabili.