Rassegna Cinematografica 2018

Ars presenta:


“Il solco e il sentiero”

Rassegna Cinematografica 2018

anno settimo


“La trama nascosta è più forte di quella manifesta” (Eraclito)


I film proposti

L’opera al nero 
Silence
La via lattea
La storia del cammello che piange 
La forza del campione    Peaceful Warrior
presso il 
Liceo Classico Statale “Vittorio Alfieri”
di Torino 
ore 20.30 precise
ingresso libero
Torino, gennaio – maggio 2018

Martedì 16 gennaio 2018 

 L’opera al nero
film di André Delvaux. Con Gian Maria VolontéBarbara FreyAnna Karina Titolo originale L’oeuvre au noir. Durata 105 min. – Francia 1988.
Tratto dal bellissimo romanzo di Marguerite Yourcenar, autrice anche di un’altra importante opera, Le Memorie di Adriano, L’opera in nero è un film del 1988 diretto dal regista franco-Belga Andrè Delvaux, alla sua ultima regia. Sempre in bilico, nei suoi film, tra il reale e l’immaginario, dei quali non sempre si riescono ad individuarsi gli esatti contorni, Delvaux, figlio del celebre pittore surrealista Paul Delvaux, ama arricchire i suoi film di senso onirico e del mistero, che ritroviamo anche in quest’ultima opera.
Il film, seguendo la traccia del romanzo, narra la storia di Zenone, personaggio di fantasia, ma molto verosimile se si pensa a personaggi storici famosi quali Paracelso, Giordano Bruno, Campanella, Erasmo, ecc., tutti alle prese con la lotta per l’autonomia della ricerca della verità, contro l’oscurantismo e le persecuzioni delle autorità ecclesiastiche. 
Siamo nella seconda metà del sec. XVI e Zenone, dopo un continuo peregrinare in Europa sia per approfondire i suoi studi, sia per sfuggire ai rigori dell’Inquisizione, il cui ultimo contraccolpo era stata la condanna al rogo dei suoi libri a Parigi, decide di ritornare nella sua città natale, Bruges, sotto falso nome, impegnandosi come medico in un ospizio per poveri. Questo compito finisce per determinare in Zenone una ulteriore evoluzione interiore, che lo porta alle soglie dell’ Opera in nero, quell’Opus Nigrum che è la “fase alchemica di spoliazione delle forme, della dissociazione degli elementi e di purificazione della materia: egli stesso è la propria opera, e deve attraversare la fase della ‘nigredo’ per purificare la propria sostanza dalle filosofie e teologie imperfette del suo secolo ed accedere così ad una diversa cognizione del mondo e di se stesso”. Siamo nel XVI secolo e l’Umanesimo dei decenni precedenti aveva già tracciato un chiaro criterio e confine per i ricercatori del vero, dato dall’uomo, dalla utilità delle proprie ricerche, dalla volontà di essere signore e dominatore di tutte le cose, compreso il proprio destino.
Si tratta di un aspetto della cultura del tempo molto contrastato dalla Chiesa, poco disposta a concedere alla dignità dell’uomo la possibilità di assurgere a nuove verità in contraddizione con i dettami religiosi. D’altra parte i confini tra scienza e alchimia non sono così netti come potrebbe sembrare e questo crea molti equivoci e contraddizioni, non tutte risolvibili sulla base dei criteri umanistici della maestà dell’uomo, visto al centro del creato e della vicenda cosmica.
Per una serie di vicende sfavorevoli, tra le quali la morte improvvisa del Priore del Convento dei Cordeliers, ove Zenone esercitava la sua professione medica a favore dei poveri, questi viene ben presto accusato di rapporti omosessuali con un giovane frate, in un processo che vede, tra gli altri capi di accusa, l’omicidio e la stregoneria, nonché la vecchia accusa di ateismo, riesumata per l’occasione, allorché Zenone decide di rivelare la sua vera identità.

Martedì 20 febbraio 2018 

 Silence
1633. Due giovani gesuiti, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l’Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo. 
Martin Scorsese ha impiegato quasi trent’anni per portare sul grande schermo il romanzo “Silenzio” dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo, basato in parte sulla storia di personaggi realmente esistiti come Padre Christovao Ferreira e il gesuita italiano Giuseppe Chiara, su cui Endo ha modellato il personaggio di Padre Rodrigues. 
La lentezza nel concretizzarsi del progetto è derivata non solo dalle innumerevoli difficoltà produttive e defezioni del cast (che un tempo comprendeva Daniel Day-Lewis e Benicio del Toro) ma soprattutto dal fatto che, come ha dichiarato lui stesso, il regista non era pronto a cimentarsi in modo così diretto con il tema che gli sta più a cuore: il rapporto dell’uomo con la fede. Un tema che aveva già affrontato esplicitamente in almeno due film, L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, ma che a ben guardare sottende tutta la sua opera. 
Una parabola quietamente potente che riesce a insinuarsi sotto le resistenze razionali per penetrare nell’inconscio di chi guarda.

Martedì 20 marzo 2018

 La via lattea
Due vagabondi, mentre sono in viaggio dalla Francia alla Spagna, diretti al santuario di San Giacomo di Compostella, si imbattono in tutta una serie di diabolici personaggi e di situazioni assurde: un giansenista e un gesuita che litigano a proposito della Grazia e della Predestinazione, e si battono a duello; il marchese de Sade che spiega a una sua vittima che Dio non esiste; un vescovo che polemizza con due giovani sull’Unità e Trinità di Dio e condanna al rogo il cadavere di un suo predecessore; un plotone di anarchici che fucila il papa, mentre in un collegio un gruppo di bambine recita anatemi. Terminato il viaggio, tocca, simbolicamente, a una prostituta deludere i due viandanti.
La Via Lattea è il nome della strada che raccoglieva i pellegrini di tutta l’Europa nord occidentale, da Parigi a Santiago de Compostela, cioè al santuario ivi sorto nel 1075 per ospitare le spoglie, secondo la leggenda miracolosamente ritrovate, di San Giacomo, apostolo di Cristo. Buñuel racconta il viaggio di due pellegrini dei nostri giorni, Pierre e Jean, che si incamminano da Fontainbleau verso Santiago. Questo, però, è anche un percorso a ritroso nel tempo, perché il regista, con estrema e surreale naturalezza, introduce, lungo la strada di Jean e Pierre, una serie di strani personaggi che, indossando abiti di epoche trascorse, mettono in scena la rappresentazione del loro orientamento teologico eterodosso e delle dispute infinite che ne derivarono con la Chiesa di Roma. Alla fine del film, il regista ci rassicura circa la veridicità storica e l’esattezza teologica delle cose viste e udite nel corso del film: eresie e dogmi si affrontarono e contrapposero nei secoli in modo violento, grottescamente appoggiandosi sull’autorità delle scritture, per l’interpretazione delle  quali si svolsero inutili e capziosi duelli non solo verbali, di cui è significativo e comico emblema quello fra il giansenista e il gesuita, che del tutto incuranti della vita reale che si svolgeva a pochi passi da loro, si sfidano con sprezzo del ridicolo. La conclusione di questo duello, del tutto sorprendente, è anche indicativa dello scetticismo del regista circa la reale buona fede dei contendenti: egli è convinto che dietro gli argomenti teologici, molto sottili e abbastanza incomprensibili, si nascondesse la volontà di mantenere posizioni di potere, insidiate, più che da concorrenti dottrinariamente agguerriti, da potenziali oppositori di varia natura (i poveri, le donne, i contestatori del principio di autorità) individuati come sovversivi dell’ordine pubblico e perciò ferocemente perseguitati. Permette questo tipo di lettura la presenza frequente nel film di personaggi d’autorità (militari, poliziotti), che esercitano funzioni di controllo di quei luoghi pubblici, come taverne e locande, frequentati da avventori poco conosciuti e con aria e abiti da poveri. Le classi alte, tollerano e accettano atei o eretici al loro interno (il sadico, il giansenista, i due antitrinitari che si travestiranno da cacciatori), purché le loro idee non mettano in crisi una società gerarchicamente organizzata, secondo una ingiusta piramide di privilegi. Il giovane Jean, pellegrino a sua volta scettico e disincantato, intravede la possibilità di un cambiamento (siamo nel ’68!), gli pare quasi di veder fucilare il papa, ma viene riassorbito nella logica quotidiana e classista di una società in cui nuovi notabili si sono inventati nuovi e intollerabili eretici (un farmacista ha scritto la filastrocca di anatemi che nella festa conclusiva di un anno di scuola le graziose scolarette reciteranno contro tutti quelli che non si adeguano, vegetariani compresi; un prete, che ha capito come va il mondo e che perciò mette sullo stesso piano le tre religioni rivelate, verrà riportato in fretta e furia in quel manicomio da cui era riuscito a fuggire). Le religioni, dunque, sono per Buñuel nient’altro che ipocriti veli dell’autorità politica; la Chiesa si alimenta delle ambiguità contenute nel messaggio cristiano, che non è solo un messaggio d’amore, ma contiene in sé anche i germi della violenza che ha contraddistinto tutta la sua storia: non a caso, nelle ultime scene del film, gli apostoli seguiranno Cristo, proprio dopo che avrà indicato nella guerra e nella divisione anche dei nuclei familiari più stretti, la sostanza della propria predicazione. Solo uno dei due ciechi miracolati, il più povero e più ingenuo, non lo seguirà. Film blasfemo, come altri del grande regista, surreale nei modi della rappresentazione, che ricorre anche a stilemi della letteratura fantastica (metafore ed espressioni verbali che diventano realtà), diretto magistralmente da un Bunuel in piena forma.

 


Martedì 17 aprile 2018

 La storia del cammello che piange
film di Byambasuren Davaa, Luigi Falorni. Con Janchiv Ayurzana, Chimed Ohin, Amgaabazar Gonson, Zeveljamz Nyam Titolo originale Die Geschichte vom weinenden Kamel. Durata 87 min. – Germania 2003.
Prova d’esame in una Scuola di Cinema tedesca di due giovani registi e candidato al Premio Oscar per il miglior documentario 2005. La nascita dei cammelli è un momento molto importante per una piccola comunità della Mongolia del sud. Uno degli ultimi nati viene rifiutato dalla madre che non lo allatta. Qualsiasi tentativo di convincerla risulterà inutile fino a quando due bambini non andranno a chiamare un musicista nella lontana città capoluogo. Il suono della musica riavvicinerà madre e figlio. Ricco di intensa poesia il documentario (che ha trovato una distribuzione in più di 70 Paesi) è di quelli che purificano il nostro sguardo occidentale corrotto da ritmi accelerati ed effetti speciali. Senza nulla togliere al piacere di seguire una storia.
Se nel mondo si vedessero più film come questo sarebbe un mondo migliore. Questo film ci mostra una società che vive in armonia con l’ambiente e con gli animali. Miglior cammello protagonista è Botak che con i suoi primi piani ci ha aperto il cuore e rimarrà sempre nei nostri ricordi. W i cammelli, le pecorelle e tutti gli animali del mondo che nelle loro semplicità hanno tanto da insegnarci.

Martedì 15 maggio 2018

 

La forza del campione Peaceful Warrior
film di Victor Salva. Con Scott MechlowiczNick NolteAmy Smart, Tim DeKay. Durata 120 min. – USA 2006
“Un guerriero non rinuncia a ciò che ama, ma trova l’amore in ciò che fa”.
“Mi definisco un guerriero di pace… perché le battaglie che combattiamo sono al nostro interno”.
Non c’è dubbio che La Forza del Campione porti un messaggio fondamentale all’umanità: la necessità di liberarsi dalle trappole mentali e vivere nel qui e ora, perché solo questo esiste.
Il film si basa sul libro La via del guerriero di pace (Way of the Peaceful Warrior) di Dan Millman, ex-atleta la cui storia di crescita spirituale e personale è raccontata proprio in questo romanzo autobiografico (pubblicato in Italia da Edizioni Il Punto d’Incontro).
“Way of the peaceful Warrior” è un film che racconta la strada verso la pace: ma quale pace? La pace dentro di te. Un susseguirsi di eventi contro, di persone contro, quello che praticamente incontra ogni comune mortale nella sua vita quotidiana. Questo film merita di essere visto e rivisto, è la manifestazione di come la nostra realtà è limitata e inconsciamente schiavizzata da stereotipi e routine, identificati da chiunque come inevitabili. Ma se ci permettiamo di rompere queste catene e di uscire da questa prigione da noi stessi costruita e cominciamo ad osservare, anche solo per un attimo, sperimentiamo la possibilità di soluzioni possibili oltre la nostra conoscenza. Del resto è facile e semplice. Tutto ciò che conosciamo è vero e possibile, e tutto ciò che NON conosciamo NON è vero e NON è possibile. Succede che noi vogliamo conoscere, così cominciamo a superare i nostri limiti e credere possibile ciò che avremmo sempre visto come impossibile…cominciamo a sognare…Immaginare, fantasticare l’impossibile, e proprio quando abbiamo sentito nella nostra mente quella voce che ci parla di impossibilità, ecco che tutto intorno a noi ci dice che non è possibile, è impossibile, ed entriamo in quel caos che conosciamo bene tutti: buio, tristezza un rumore assordante che si installa nella nostra mente e ci dice che non possiamo avere quello che vorremmo. Allora è proprio quello il momento di sguainare la spada e zac…tagliare via tutto, spazzare via, eliminare questa voce fatta solo di negatività e liberare così del tutto la nostra mente…La vita ci propone e ripropone continuamente opportunità che abbiamo imparato a identificare come problemi. E a quel punto cosa fare? Vi cito una frase di Socrate, il meraviglioso personaggio di questo film interpretato da Nick Nolte. “Butta via la spazzatura, Dan…E sai cosa succede quando fai spazio, quando butti via il superfluo? l’Universo entra dentro!” Concludo dicendo semplicemente che è una storia favolosa con un Nick Nolte strepitoso nei panni di un vero Guerriero della Pace. Capolavoro assoluto! …wowww … l’Universo entra dentro.